Una lunga marcia di volti, nomi e coscienze, nel primo giorno di primavera. Da Piazza Solferino a Piazza Vittorio, Torino si è riempita di oltre 50mila persone per la 31ª Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. E alla fine, dalla piazza, si è alzato un messaggio chiaro, netto: «Abbiamo fame di verità».
Il corteo ha attraversato la città portando con sé storie e simboli. In prima fila, i familiari delle vittime, molti con le fotografie dei loro cari al collo o stampate sulle magliette. Volti che raccontano assenze mai colmate, ma anche una richiesta di giustizia.
La lettura di 1117 nomi delle vittime
Poi, il momento intenso: la lettura dei 1.117 nomi delle vittime. Un elenco lungo, scandito da voci diverse. Hanno letto i familiari, insieme al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, al sindaco di Torino Stefano Lo Russo, a esponenti del mondo dello spettacolo come Luciana Littizzetto e Pif, insieme a uomini delle forze dell’ordine e magistrati, giornalisti, e tanti altri.
Tra i passaggi più toccanti, la voce di Pietro Grasso che ha scandito i nomi di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, seguiti da un applauso spontaneo. Gli ultimi nomi sono stati affidati a Giancarlo Caselli e a sua moglie. Con le loro parole finali: «A loro va la nostra memoria e il nostro impegno».
In piazza tantissimi giovani e gruppi scout arrivati da tutto il Piemonte.
Una presenza massiccia, visibile, che ha dato forma concreta a quella “memoria che cammina” evocata dal fondatore di Libera.
Le parole di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera
Nel suo intervento conclusivo, don Luigi Ciotti ha costruito un discorso lungo, intenso, attraversato da richiami morali e civili. «Su questa piazza che ha visto passare operai, studenti, resistenti, santi e peccatori – ha detto – ci chiediamo di cosa abbiamo fame. E oggi abbiamo fame di verità».
Una verità intesa come diritto: «Il diritto di sapere, di non essere ingannati, di non essere manipolati dai poteri forti, dalle parole vuote, dai silenzi complici». Perché, ha ricordato, «la democrazia non può vivere senza verità».
Il discorso ha insistito sul valore esigente della memoria: «La memoria vera ha un costo. Costa fatica, costa inquietudine».
Una memoria che «chiede cambiamento» e che impone di «risarcire il dolore innocente» e «portare alla luce le verità nascoste». Il nodo più doloroso resta quello della verità negata: «Oltre l’80% dei familiari delle vittime non conosce la verità». Da qui l’appello: «Le verità passeggiano per le vie delle nostre città. C’è chi sa, c’è chi ha visto. L’omertà uccide la verità, ma uccide anche la giustizia e la speranza». Denuncia don Ciotti.
La testimonianza dei santi sociali per il bene comune
Non è mancato il richiamo all’identità profonda di Torino, città dei santi sociali. Don Ciotti ha ricordato figure come Don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Giuseppe Allamano, Pier Giorgio Frassati e la marchesa Giulia di Barolo, «una donna meravigliosa» che accoglieva donne in difficoltà e ex detenute.
Un esempio di impegno concreto per il bene comune, non di devozione privata.
Un passaggio centrale ha riguardato le donne e il sistema mafioso: «La subcultura mafiosa è profondamente patriarcale». Donne «subalterne», costrette a obbedire, ma anche donne che resistono: «Tante hanno pagato con la vita il coraggio di dire no».
Ai giovani don Ciotti ha rivolto parole dirette: «Vi guardo e vedo l’inquietudine nei vostri occhi». Un’inquietudine che interroga gli adulti e chiede risposte, perché «in quest’epoca per molti il futuro è diventato una minaccia». E allora l’invito: fermarsi, ascoltare, trasformare la paura in responsabilità. Rompere «silenzio, indifferenza e inerzia», i tre complici che permettono alle ingiustizie di continuare.
Lo sguardo di don Ciotti oltre i confini nazionali
Nel suo intervento, don Ciotti ha allargato lo sguardo oltre i confini nazionali, richiamando con forza il tema della pace. Ha evocato il pensiero di Don Tonino Bello, «profeta di pace», ricordando il suo invito a “osare la pace” e a essere «malati di pace», cioè incapaci di rassegnarsi alla guerra. Un richiamo che si intreccia con le tragedie contemporanee: dall’Ucraina a Gaza, fino ai conflitti in Africa e Medio Oriente. Guerre che, ha denunciato, non sono solo drammi umanitari ma anche occasioni di profitto per mafie, trafficanti e grandi interessi economici. In questo scenario, anche le nuove tecnologie diventano strumenti di morte: «Un algoritmo decide chi vive e chi muore», ha ammonito, denunciando l’uso dell’intelligenza artificiale nei conflitti. Di fronte a immagini di bambini uccisi e città distrutte, «il mondo tace», ha detto, indicando nel silenzio e nell’indifferenza una responsabilità collettiva. Da qui l’appello a “mettersi di mezzo”, con coraggio e umanità, per fermare quella che ha definito «la deriva verso moderni inferni».
La conclusione è stata un impegno collettivo: quei nomi «non sono numeri, sono volti, storie, famiglie». E a loro, da Torino, è stato rivolto un impegno: non dimenticare, non lasciare che il loro sacrificio sia stato vano.
L’elenco completo delle 1117 vittime delle mafie letto sabato mattina in piazza Vittorio a Torino https://www.cr.piemonte.it/cms/articoli/comunicati-stampa/consiglio-letti-i-nomi-delle-1117-vittime-di-mafia
