Mons. Derio Olivero e Walter Lamberti al tavolo degli oratori

Pianeta in prima pagina, cronisti del clima

Giornalisti da tutta l'Italia a Trento per "imparare" e "continuare" a parlare di clima

Tre giorni di incontri a Trento, tra il Polo Vigilianum e Palazzo Geremia, per i direttori e giornalisti di tutta Italia. Si sono confrontati sul  tema “Pianeta in prima pagina, cronisti del clima”. L’evento, organizzato dalla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) e dal giornale diocesano di Trento, Vita Trentina, ha offerto uno spazio di analisi sulle sfide operative della stampa locale, chiamata ad applicare i criteri dell’enciclica Laudato Si’ nella cronaca quotidiana. E a partecipare al dibattito pubblico uscendo dalle proprie logiche interne.

Il risveglio necessario


Don Doriano De Luca, direttore di “Nuova Stagione”, ha raccontato cosa succede nella sua redazione quando arriva una scossa ai Campi Flegrei: «ti alzi, guardi il monitor dell’INGV, scrivi tre righe, pubblichi». Il giorno dopo un’altra scossa, il giorno dopo ancora un’altra. «Ad un certo punto non ti alzi più». Ecco, il convegno nazionale della Federazione italiana settimanali cattolici che si è chiuso sabato scorso a Trento è stato prima di tutto un invito a rialzarsi. E a chiedersi con onestà se, nel frattempo, non ci siamo un po’ seduti anche noi.

Per tre giorni, i giornalisti dei settimanali cattolici hanno fatto una cosa che di solito non fanno. Si sono guardati allo specchio per misurarsi con una domanda che l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, ha proposto fin dal primo pomeriggio dei lavori: la questione climatica è stata «derubricata» dalle agende e dalla narrazione giornalistica?

Le quattro indicazioni per il futuro dei settimanali diocesani

Chi era in sala ha portato a casa almeno quattro indicazioni utili, quattro (buoni) motivi per ripensare il proprio lavoro.

Il primo motivo riguarda la competenza. Giovanni Caprara, giornalisti scientifico per anni del Corriere della Sera, ha ricordato che nelle redazioni italiane non esistono giornalisti specializzati in scienza. Il glaciologo Christian Casarotto ha proiettato titoli di testate nazionali che fraintendevano un inverno nevoso con la prova che il riscaldamento globale fosse finito. Studiare prima di scrivere è il minimo per non fare danni. E l’approssimazione, quando si parla di clima, può alimentare il negazionismo più di un tweet di Trump.

Il secondo motivo riguarda il restare. È la parola che ha attraversato il convegno. Ripreso da Francesco Zanotti, direttore del “Corriere Cesenate” che ha mostrato le foto di alcune delle 81mila frane romagnole rimaste invisibili ai media nazionali «perché non c’era l’acqua in strada». Perché «l’Ansa non aveva ancora scritto», perché «se non c’è l’acqua io non vengo». Quei paesi isolati, quelle famiglie senza strada, quella signora che trasformava il ristorante in centro di distribuzione viveri li ha raccontati un settimanale cattolico locale, perché era lì e lì ci è rimasto. Un modo per raccontare l’ultima alluvione in Romagna.

Il terzo motivo riguarda le parole. Fabio Magro, dalla Comunità Laudato Si’ di Follina, ha chiuso il suo intervento con una frase che Chiara Genisio ha voluto poi riprendere nell’ultima mattina: «Abbiamo bisogno di una parola che parli». Sembra un gioco di parole, però c’è un senso che va recuperato. Casarotto ha mostrato che un termine tecnico usato male genera notizie false. Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona, ha messo in guardia da due derive opposte. La comunicazione negazionista e quella terrorista, «che non riesce in realtà a svegliare le coscienze, soprattutto non riesce a riscaldare i cuori». I settimanali diocesani devono fare una scelta che riguarda la lingua prima ancora che il contenuto.

Uscire dalle “riserve indiane”, il ruolo dei settimanali diocesani

Ma forse il motivo più profondo per ripensare il lavoro di un settimanale diocesano è arrivato nell’ultima mattina. Monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e Presidente della Commissione Cei per l’Ecumenismo, non ha parlato di clima, ha illustrato un dipinto di Hopper dove una porta si apre direttamente sul mare senza scala né pianerottolo. Ne ha fatto la metafora di un’epoca in cui l’infinito è vicinissimo ma le strutture per raggiungerlo — chiese, riti, mediazioni culturali — sono (s)cadute. Ha detto che le religioni «non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio, ma stare nello spazio comune capaci di fare da scaletta». E ha avvertito, citando un pastoralista, che le parrocchie e le diocesi rischiano di diventare «riserve indiane» dove si conservano abitudini pittoresche mentre la vita vera si svolge altrove.

Ma questa provocazione non riguarda direttamente anche i settimanali diocesani? Perché se le diocesi rischiano di diventare riserve, i loro giornali rischiano di diventare bollettini della riserva.

Il convegno di Trento ha mostrato un potenziale contrario. Occuparsi di ghiacciai, alluvioni, bradisismo e pesticidi nei vigneti è il modo che un giornale cattolico ha di stare nello spazio pubblico senza pretendere di possederlo. Anche Pompili lo ha detto: la Laudato Si’ «non è stata genericamente un manifesto verde, ma è stata una chiamata all’azione».

A Trento si è visto che il racconto locale della crisi ambientale è un vantaggio — a patto di farlo con competenza, di non stancarsi, di non cedere né al panico né all’indifferenza. A patto di trovare parole che parlino.

La scaletta che manca nel dipinto di Hopper qualcuno la deve costruire. Non è detto che debba essere grande. Basta che regga.

Davide Imeneo