Lo smartphone dei poveri: strumento di sopravvivenza e nuova frontiera della dignità umana

Possederlo riduce la marginalità e l'esclusione. Un fenomeno da osservare senza pregiudizi

Nelle nostre città, tra marciapiedi e stazioni, si manifesta una contraddizione che interpella la coscienza sociale: molte persone senza dimora possiedono uno smartphone. Un apparente paradosso che, a uno sguardo superficiale, può generare giudizi frettolosi, ma che in realtà rivela una trasformazione del concetto stesso di povertà. Lo smartphone è quindi: strumento di sopravvivenza e/o nuova frontiera della dignità umana?

Come evidenziato da diverse inchieste giornalistiche europee, il telefono cellulare non rappresenta un lusso, bensì uno strumento di sopravvivenza. Per chi vive in strada, lo smartphone è insieme bussola, archivio e ponte relazionale: consente di cercare lavoro, mantenere contatti familiari, accedere a informazioni vitali e orientarsi tra i servizi disponibili sul territorio.

Questa funzione è oggi riconosciuta anche da iniziative concrete nate per favorire l’inclusione. In Italia, ad esempio, il progetto Helpinet propone una piattaforma digitale che connette le persone senza dimora ai servizi socio-assistenziali, facilitando l’accesso a informazioni aggiornate su mense, dormitori e supporti sanitari. Analogamente, riflessioni emerse su L’Osservatore Romano sottolineano come le tecnologie digitali possano diventare strumenti di prossimità, capaci di costruire legami e ridurre l’isolamento, se orientate al bene comune.

In questa prospettiva, lo smartphone si configura come un dispositivo ormai universale, trasversale alle condizioni sociali. Non indica uno stato di benessere, ma risponde a un bisogno concreto di connessione e sopravvivenza.

Tuttavia, il possesso di uno smartphone non elimina le disuguaglianze, anzi spesso le rende più evidenti. Lo studio “Les sans-abri et le numérique” dell’associazione Solinum mostra una realtà complessa: se da un lato il 71% delle persone senza dimora possiede un telefono, dall’altro solo una minoranza dispone di una connessione stabile. La maggior parte utilizza soluzioni precarie, come carte prepagate, mentre problemi quotidiani come la ricarica della batteria o il rischio di furto limitano fortemente l’uso del dispositivo.

Il nodo centrale resta l’accessibilità. Molti servizi pubblici, sempre più digitalizzati, risultano difficili da utilizzare per chi ha competenze limitate o strumenti inadeguati. La digitalizzazione, pur semplificando alcune procedure, rischia di generare nuove forme di esclusione. In questo senso, il divario digitale si configura come una delle nuove frontiere della povertà contemporanea.

La Dottrina sociale della Chiesa offre una chiave di lettura chiara: la dignità umana implica il diritto alla partecipazione piena alla vita sociale. Oggi questa partecipazione passa anche attraverso l’accesso agli strumenti digitali. Non si tratta solo di garantire beni materiali, ma di riconoscere la totalità dei bisogni della persona, inclusi quelli relazionali, culturali e comunicativi.

Le indicazioni che emergono dagli studi e dalle esperienze sul campo delineano alcune priorità: formazione digitale accessibile, diffusione di reti Wi-Fi gratuite, creazione di punti di ricarica pubblici, semplificazione delle piattaforme istituzionali e disponibilità di dispositivi a costi sostenibili. Interventi che non sono semplicemente tecnici, ma profondamente umani, perché restituiscono autonomia e possibilità.

Come evidenziato anche da un articolo di Le Monde, il telefono cellulare è oggi uno strumento fondamentale per chi vive in strada: permette di mantenere relazioni, accedere ai servizi amministrativi, non interrompere del tutto il legame con i propri affetti e in alcuni di casi di reinserirsi nella società.

«Per le persone senza dimora, lo smartphone ha trasformato l’esperienza stessa della sopravvivenza: consente di restare in contatto con i propri cari e riduce le forme più estreme di marginalità» sociologo Thibaut Besozzi, studioso del fenomeno.

La sfida, dunque, non è giudicare, ma comprendere e agire. In una società sempre più digitale, l’esclusione non deriva solo dalla mancanza di risorse materiali, ma anche dall’assenza di connessione, competenze e accesso. Una povertà silenziosa, ma reale, che interpella le istituzioni e la coscienza collettiva.

Lo smartphone nelle mani di una persona senza dimora non è una contraddizione: è il segno di un cambiamento epocale. Riconoscerlo significa aprire nuove strade di solidarietà e giustizia, all’altezza della dignità di ogni persona.

L.M.Maux