Una Chiesa chiamata a essere artigiana di pace, capace di ricostruire legami in un tempo segnato da guerre, solitudini e polarizzazioni. È il cuore dell’introduzione con cui il cardinale Matteo Zuppi ha aperto l’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, in corso a Roma dal 25 al 28 maggio.
Fin dalle prime battute, il presidente della CEI ha collocato il cammino della Chiesa italiana dentro il magistero diLeone XIV. Ha richiamato le parole pronunciate un anno fa dal Papa appena eletto: «Pace a voi». Non un saluto formale, ma – ha sottolineato – la parola del Risorto che apre porte chiuse, libera dalla paura e rimette in cammino.
La pace come scelta evangelica e responsabilità storica
L’asse portante della sua relazione: la pace
L’asse portante della relazione è il tema della pace, affrontato non in termini astratti ma come urgenza ecclesiale e civile. Zuppi riprende l’affermazione di papa Francesco, di un mondo contemporaneo come un “ospedale da campo”. Segnato da conflitti, indebolimento del diritto internazionale e crescente ricorso alla forza come linguaggio politico.
L’enciclica di Leone XIV: Magnifica humanitas
Nel solco dell’enciclica Magnifica humanitas, il cardinale ha denunciato una cultura che misura il valore della persona in base alle prestazioni e non alla sua dignità, richiamando i principi del bene comune, della solidarietà e della destinazione universale dei beni come criteri per custodire l’umano.
Ampio spazio è stato dedicato alla guerra e alla corsa agli armamenti. Zuppi ha ribadito che il riarmo non può essere considerato una risposta inevitabile all’instabilità globale e ha rilanciato con forza l’appello del Papa: fermare la logica della potenza e tornare ai tavoli del dialogo e della mediazione.
“La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri, non contro gli altri”, ha ricordato il presidente della CEI, indicando nella diplomazia, nella cooperazione tra i popoli e nell’educazione alla nonviolenza le vie concrete per uscire dalla spirale della violenza.
Dalla memoria alla speranza: la Chiesa dentro la ricostruzione
Accanto alla pace, un altro filo conduttore è quello della memoria come risorsa per il futuro. Zuppi ha evocato il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli e il ruolo svolto allora dalla Chiesa nella ricostruzione materiale e morale del territorio.
L’immagine delle pietre numerate del Duomo di Venzone, raccolte e ricollocate una a una, diventa metafora del compito ecclesiale di oggi: non cancellare il passato, ma custodirlo, purificarlo e trasformarlo per affrontare le sfide del presente.
Sinodalità, missione e comunità contro le solitudini
Guardando al cammino della Chiesa italiana, il cardinale ha confermato la centralità della sinodalità come stile permanente e non come semplice metodo organizzativo. L’annuncio del Vangelo e la promozione umana – ha ribadito – non sono percorsi paralleli ma “un unico respiro”.
Da qui il richiamo alla costruzione della comunità in una società segnata da individualismo e frammentazione. Le comunità cristiane sono chiamate a diventare luoghi di relazioni affidabili, capaci di accompagnare famiglie, giovani, anziani, persone sole e fragili.
Zuppi ha anche richiamato l’impegno della Chiesa nella tutela dei minori e nel contrasto agli abusi, indicando nell’ascolto delle vittime, nella responsabilità istituzionale e nella conversione comunitaria un passaggio imprescindibile per una Chiesa credibile.
Una speranza che diventa compito comune
Nella parte conclusiva dell’intervento, il presidente della CEI ha allargato lo sguardo alle questioni sociali: il diritto alla casa, la crisi climatica, la necessità di accompagnare le persone più vulnerabili e di costruire comunità più giuste e resilienti.
Il messaggio finale ritorna al Cenacolo e alla parola del Risorto: la pace ricevuta non è rifugio privato ma missione. La Chiesa – ha concluso Zuppi – riceve il perdono per diventare luogo di riconciliazione e riceve lo Spirito per non vivere prigioniera della paura.
Un’indicazione che orienta anche i lavori dell’Assemblea: non difendere recinti, ma rilanciare una presenza ecclesiale capace di servire il Paese con umiltà, comunione e speranza.
