In un tempo segnato da guerre, tensioni sociali e linguaggi sempre più aggressivi, il Festival dell’Accoglienza sceglie di puntare sulla mitezza come risposta culturale, civile e spirituale. Sarà infatti “La mitezza è disarmante. Un’altra idea di coraggio” il tema della sesta edizione della manifestazione, in programma a Torino dall’11 settembre al 30 ottobre. Oltre 100 appuntamenti, 160 ospiti in cinquanta giorni di incontri, spettacoli, dibattiti e momenti di riflessione.
Promosso dall’Arcidiocesi di Torino, dalla Pastorale diocesana dei Migranti e dall’Associazione Generazioni Migranti, in collaborazione con Fondazione Migrantes. Il Festival si conferma uno dei principali appuntamenti italiani dedicati ai temi dell’accoglienza, dell’inclusione, del dialogo tra i popoli e della convivenza.
Il messaggio del curatore del Festival
«Viviamo in un tempo in cui i rapporti tra le persone e tra le comunità sono sempre più segnati da violenza, aggressività e contrapposizione», spiega Sergio Durando, referente della Pastorale Migranti di Torino. «Questioni complesse diventano terreno di scontro anziché occasioni di dialogo. La mitezza non è debolezza, ma una forma di coraggio capace di costruire relazioni e di aprire strade di pace».
Alcune anticipazioni sul programma del Festival
Il programma affronta alcune delle grandi questioni del presente. A partire dal dialogo tra cristianesimo e islam, tema al centro di diversi appuntamenti. Tra questi lo spettacolo “Simeone e Samir: dialoghi notturni tra un cristiano e un musulmano” (23 settembre). L’incontro dedicato al libro Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio del conflitto israelo-palestinese con Luciana Ciliento e Carola Benedetto (24 settembre). Quello su Siria ieri e oggi con il giornalista Lorenzo Trombetta e l’arcivescovo siro-cattolico di Homs Jacques Mourad (19 ottobre. E l’incontro con il missionario Pier Luigi Maccalli sul volume Scelgo di non odiare (21 ottobre). Il 25 settembre saranno invece protagoniste le religiose impegnate nei Paesi del Nord Africa con “Cristianesimo in dialogo: la mitezza a ogni costo. Esperienze di donne in frontiera”.
Spazio al rapporto tra sicurezza e fragilità sociale
Ampio spazio sarà dedicato anche al rapporto tra sicurezza, fragilità sociale e diritto umanitario. Il 21 settembre si confronteranno il prefetto Franco Gabrielli e la sociologa Chiara Saraceno nell’incontro “Governare la paura, costruire fiducia”, mentre il 7 ottobre il giornalista Nico Piro, l’epidemiologo Pirous Fateh-Moghadam e la storica Anna Foa discuteranno del futuro del diritto internazionale nell’epoca delle guerre. Il giorno successivo il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, rifletteranno sul rapporto tra mitezza, diritto e società plurale.
Tra gli appuntamenti più significativi figura quello del 29 ottobre, quando il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, dialogherà con la scrittrice e saggista Gabriella Caramore nell’incontro “Beati i miti perché erediteranno la terra”, dedicato al valore della mitezza come antidoto alla cultura dello scontro.
Il Festival proporrà anche una riflessione sulla storia delle migrazioni, ricordando il trentacinquesimo anniversario dell’approdo della nave Vlora a Bari, simbolo dell’esodo albanese verso l’Italia, e il centenario dell’arrivo dei primi migranti cinesi in Piemonte con l’iniziativa “Radici in movimento: 100 anni tra Cina e Piemonte”.
L’edizione 2026 si inserisce inoltre nelle celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. A lui sarà dedicato uno degli eventi di maggior richiamo del Festival: il 18 ottobre, nella chiesa della Gran Madre di Dio, la compagnia PoEM, con la regia di Gabriele Vacis, porterà in scena una meditazione teatrale sul Cantico delle Creature, intrecciando parole, musica e spiritualità.
Con oltre cento iniziative diffuse sul territorio, il Festival dell’Accoglienza torna così a proporre una lettura dell’attualità attraverso il dialogo, l’incontro e la cultura. Una scelta che, nell’anno 2026, assume un significato particolare: affermare che la mitezza non è rinuncia, ma una forza capace di disarmare la violenza e di ricostruire relazioni in una società sempre più attraversata da paure e divisioni.
