Le carceri piemontesi continuano a fare i conti con il sovraffollamento, l’aumento degli episodi di violenza e una popolazione detenuta sempre più complessa da gestire. Una situazione che, dopo i recenti gravi eventi avvenuti nella Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, riporta l’attenzione sulle criticità del sistema penitenziario regionale e nazionale. A lanciare l’allarme è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), che sollecita interventi urgenti da parte del Governo e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria richiamati dal sindacato, le misure introdotte negli anni dell’emergenza Covid per contenere il sovraffollamento hanno ormai esaurito i loro effetti. La capienza regolamentare nazionale è passata da 50.754 a 51.180 posti, con un incremento inferiore all’1%, mentre la popolazione detenuta è salita da 53.904 agli attuali 64.773 reclusi, oltre il 20% in più.
In Piemonte un quadro più critico che nel resto del Paese
In Piemonte il quadro sarebbe ancora più critico. Se ufficialmente il tasso di sovraffollamento si attesta al 110%, la percentuale reale raggiungerebbe almeno il 117% considerando la ridotta operatività del carcere di Alba, utilizzato soltanto al 31% della propria capienza, e della Casa di Reclusione di San Michele, ferma al 14% a causa dei lavori di ristrutturazione.
Le maggiori criticità si registrano negli istituti di Vercelli, con un affollamento del 158%, Biella al 151%, Asti al 136% e Torino al 135%, dove sono presenti 1.511 detenuti a fronte di 1.119 posti regolamentari.
«I numeri del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria certificano il fallimento delle politiche adottate negli ultimi anni per contenere il sovraffollamento», osserva Vicente Santilli, segretario nazionale del SAPPE per il Piemonte. «Le misure deflattive introdotte nel 2020 durante l’emergenza Covid hanno ormai esaurito ogni effetto. È evidente che il sistema non regge più».
L’allarme del Sappe
Accanto al problema degli spazi, emerge quello dell’evoluzione della popolazione detenuta. Secondo il SAPPE aumentano i detenuti ad alta pericolosità, le persone con gravi disturbi psichiatrici e gli episodi di violenza e insubordinazione. I cittadini stranieri rappresentano ormai il 41% della popolazione detenuta in Piemonte, con percentuali che raggiungono il 60% a Cuneo, il 53% ad Alessandria, il 52% a Biella e il 47% a Torino e Vercelli.
Il sindacato segnala inoltre un incremento delle aggressioni ai danni degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria, degli episodi di autolesionismo, dei tentativi di suicidio e dei danneggiamenti all’interno degli istituti, fenomeni che vengono messi in relazione con il sovraffollamento e il peggioramento delle condizioni detentive.
«Non siamo più davanti a una semplice emergenza: siamo davanti al rischio concreto che lo Stato perda definitivamente il controllo delle carceri», afferma il segretario generale del SAPPE, Donato Capece. Secondo il sindacato, il personale di Polizia Penitenziaria è chiamato quotidianamente a far fronte anche alle carenze della sanità penitenziaria e dei servizi dedicati alla salute mentale.
Tra le richieste avanzate figurano il rafforzamento degli organici, il potenziamento delle REMS e delle strutture sanitarie penitenziarie, l’impiego di mediatori culturali e il recupero degli istituti oggi solo parzialmente utilizzabili, a partire dal carcere di Alba e dalla Casa di Reclusione di San Michele.
Il SAPPE richiama inoltre l’attenzione sulla recente legge che introduce la detenzione domiciliare terapeutica per detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti inseriti in programmi di recupero, sottolineando però la necessità di finanziare adeguatamente le comunità terapeutiche e di rendere rapidamente operative le nuove disposizioni. Tra le priorità indicate anche il rilancio degli accordi internazionali per il trasferimento dei detenuti stranieri nei Paesi d’origine e un piano straordinario di assunzioni per la Polizia Penitenziaria, ritenuto indispensabile per affrontare una situazione che, secondo il sindacato, non è più sostenibile.
