Si è spenta questa mattina la voce di Francesco Guccini. Aveva 86 anni. Con lui se ne va uno dei più grandi cantautori italiani, capace di trasformare in musica le inquietudini, le speranze e le contraddizioni di intere generazioni.
Le sue canzoni hanno accompagnato la storia del Paese, hanno interrogato le coscienze e continuano a parlare a credenti e non credenti.
Tra i ricordi che oggi riaffiorano con maggiore forza c’è anche quello della sincera amicizia con il cardinale Matteo Zuppi, raccontata dallo stesso Guccini nel libro Matteo Zuppi. Uno di noi, scritto da Massimo Orlandi (Edizioni San Paolo, 2025).
L’amicizia tra Francesco e Matteo
«Matteo lo inquadrerei in mezzo a Kennedy e a Giovanni XXIII, due figure sotto certi profili rivoluzionarie». È una delle immagini più efficaci con cui Guccini descriveva il presidente della Conferenza episcopale italiana. Un paragone insolito, che racchiudeva tutta la stima per un uomo di Chiesa capace, ai suoi occhi, di parlare al mondo con semplicità e autenticità.
L’amicizia tra i due nacque il 10 marzo 2016, al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, punto di partenza del “Viaggio della Memoria” verso Auschwitz. «Mi è piaciuto subito. L’ho trovato spontaneo e amichevole», ricordava Guccini. Zuppi gli confidò di conoscere molte delle sue canzoni e di averle persino utilizzate nelle omelie. Durante quel viaggio il cantautore cadde, procurandosi la frattura di una spalla. «È stato lui il primo a soccorrermi», raccontava con gratitudine.
Da quel giorno si consolidò un rapporto fatto di dialogo e rispetto reciproco. Guccini rimase colpito soprattutto dalla naturalezza del cardinale. Raccontava, ad esempio, di quando a Pianaccio un giovane sacerdote cercò di baciargli l’anello episcopale e Zuppi ritrasse istintivamente la mano. «Quel gesto mi piacque tantissimo. È lo stile di Matteo», osservava.
Nel libro emerge anche il lato più intimo del cantautore. Pur dichiarandosi agnostico, Guccini confessava di non aver mai smesso di interrogarsi sul mistero della vita e riconosceva che una forma di spiritualità aveva attraversato molte delle sue opere.
Tra queste c’è Dio è morto, una canzone che ha segnato un’epoca e che ancora oggi conserva tutta la sua forza. «Radio Vaticana comprese che non era una canzone blasfema. La scrissi perché volevo dar voce a tanti giovani che frequentavo allora, che volevano dire basta a un mondo falso in cui, per esempio, molti di coloro che andavano a messa lo facevano soprattutto per abitudine, per farsi vedere», spiegava.
Nel giorno della sua scomparsa, resta il ricordo di un artista che non ha mai avuto paura delle domande, che ha saputo mettere in discussione le certezze senza smettere di cercare il senso delle cose. E resta anche il ritratto di un’amicizia capace di superare le etichette, un incontro tra un cantautore agnostico e un cardinale che si sono riconosciuti anzitutto come uomini, accomunati dalla passione per l’ascolto, dal rispetto dell’altro e dalla ricerca della verità.
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