«Un instancabile servitore della Parola, un pioniere coraggioso del dialogo ecumenico e un vero e caro amico». L’arcivescovo di Vercelli Marco Arnolfo ricorda così Enzo Bianchi nel giorno della morte del fondatore della Comunità monastica di Bose e della Fraternità della Madia. Un ricordo che parte dal ruolo avuto da Bianchi nella Chiesa italiana, ma anche dal lungo rapporto personale e culturale costruito negli anni con Vercelli.
«Ha saputo nutrire la fede di intere generazioni e ha arricchito profondamente la formazione spirituale del nostro clero», sottolinea Arnolfo nel messaggio con cui, insieme ai sacerdoti e alla diocesi, esprime il cordoglio per la morte di Bianchi.
L’arcivescovo mette in evidenza soprattutto due aspetti del suo percorso: il lavoro sulla Scrittura e l’impegno nel dialogo tra le diverse confessioni cristiane. Bianchi, scrive, ha richiamato costantemente «alla radicalità evangelica e alla centralità della lectio divina», diventando nello stesso tempo «un pioniere coraggioso del dialogo ecumenico».
Ma nelle parole di Arnolfo c’è anche il ricordo di un rapporto diretto con Vercelli. Bianchi era infatti una presenza conosciuta in città, dove negli anni aveva partecipato a numerosi appuntamenti pubblici.
Il legame di Enzo Bianchi con l’arcidiocesi di Vercelli
Il legame risaliva ai tempi di don Cesare Massa e si era consolidato attraverso le partecipazioni alle tavole di riflessione internazionali organizzate al Teatro Civico e ai “Settelunedì” promossi dal Meic. Occasioni nelle quali il fondatore di Bose aveva affrontato temi religiosi, culturali e sociali, confrontandosi con la città e con la Chiesa locale.
Un rapporto proseguito anche con gli arcivescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi. Per Arnolfo hanno trovato in Bianchi «un interlocutore attento, capace di leggere i segni dei tempi e di accompagnare le sfide della nostra comunità».
È proprio questa lunga frequentazione a caratterizzare il messaggio che arriva da Vercelli nelle ore successive alla morte di Bianchi. Non soltanto il ricordo di una delle figure più note del cattolicesimo italiano degli ultimi decenni, ma quello di una persona che aveva mantenuto nel tempo un rapporto con il territorio e con la sua Chiesa.
Arnolfo conclude esprimendo la vicinanza alle comunità monastiche e a quanti hanno condiviso il cammino di Bianchi e ricordando «i semi di comunione, di intelligenza della Scrittura e di pace» lasciati nel corso della sua vita.
