
Ho letto un libro molto stimolante: “Una Chiesa postclericale”. Per capire il tono intenso e critico di questo testo è sufficiente sentire il giudizio di Magdalena, una donna di Barcellona, che alla domanda: “Cosa pensi dei sacerdoti e dei cristiani?” risponde: “Come li vedo? Come le persone che sono chiuse in una stanza, giusto? Vedono solo le quattro pareti… loro pensano che quella sia la verità e basta. Ma se aprono la porta, qualsiasi cosa vedano fuori, diranno che è fuori da Dio”.
Magdalena vede noi cristiani come persone chiuse, capaci di vedere soltanto le “nostre” verità, incapaci di apprezzare ciò che sta fuori dalle nostre verità, dal nostro modo di pensare. Addirittura portati a credere che tutto ciò che è fuori dal nostro sguardo, dal nostro “ambiente”, dalla nostra Chiesa, sia anche “fuori da Dio”. Ecco l’eterna tentazione dei credenti: ridurre Dio ad un oggetto posseduto. Ridurlo ad un idolo manipolabile. Un idolo solo nostro, che lavora solo per noi, anzi che lavora solo dove decidiamo noi. Ci crediamo una “casta di privilegiati” fuori dal mondo.
I preti. Plenipotenziari di Dio?
La società, “gli altri”, il mondo… insomma tutti quelli che non “ci danno ragione” sono “fuori da Dio”. Fuori dalla verità, fuori dalle regole, fuori dalla famiglia dei figli di Dio. Fuori dal Regno. Abbiamo identificato il regno di Dio con la Chiesa. E, all’interno della Chiesa, abbiamo identificato i preti con i “detentori del Sacro”, quasi plenipotenziari di Dio. Dimenticando che siamo tutti dentro il tempo, questo tempo. Nessuno vive fuori dal tempo, dalle dinamiche quotidiane, dal brivido delle scelte, dalla possibilità di sbagliare, dalla fatica dei limiti. Tutti, credenti e non credenti, sentiamo nella carne e nell’anima la fatica della libertà. Tutti cerchiamo il meglio, con il rischio di scegliere il peggio.
La ricerca della verità, compito per tutti
Brancoliamo nell’intrigante e pericolosa ricerca di sentieri verso il futuro. Facciamo meraviglie ed errori. Nessuno è esonerato dalla libertà. Questa nostra affascinante e terribile compagna di viaggio. Neppure negli spazi del “sacro” siamo esentati dall’autenticità, dalla ricerca della verità, dalla scelta. Anche i riti sono nel tempo, nella storia. Anche quando andiamo a messa restiamo umani. Non diventiamo automi. Anche lì contano i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre scelte. Se spegniamo cervello e cuore in una messa, non succede nulla. Come non succede nulla se spegniamo cervello e cuore nella vita. Senza cervello e cuore accesi non riusciamo neppure a comprare un gelato. Per comprare un gelato occorre decidere di andare dal gelataio, aver voglia di un gelato, scegliere i gusti.
La verità di Dio non è prerogativa della Chiesa

La vita, per tutti, è una scelta. Bella ed impegnativa. Sempre ambivalente. Fino all’ultimo giorno. Dio non ci preserva dalla libertà, ma ci sostiene nella libertà. Nessuno può sentirsi padrone di altri. Siamo umilmente in cammino, con tutti. Anche i credenti, anche i preti, anche i vescovi sono “nella secolarità”. Dice il testo: “Se imparassimo a declinare la secolarità del cristianesimo, avremmo per la prima volta sulla scena una religione che afferma a gran voce che l’Eterno, il Fondamento, la verità di Dio, non appartiene a lei, non dipende da lei, non è a sua disposizione. Un cristianesimo pienamente secolare sarebbe un cristianesimo capace di annunciare la verità di Dio, del cosmo, dell’intricata trama dell’esperienza umana come ciò che non può essere prodotto e disposto da nessuno, nemmeno da lui”. Ecco l’inizio di un cristianesimo postclericale.
(Foto di carattere generico dagli archivi di Freepik e di Pixabay)
