L’uomo ha bisogno di dare un senso agli eventi, sia positivi, sia negativi. Si delinea un racconto che spiega tutto, anche la morte

Una storia a lieto fine

L’uomo ha bisogno di dare un senso agli eventi, sia positivi, sia negativi. Si delinea un racconto che spiega tutto, anche la morte

Questa mattina sono andato a fare la spesa. È sabato. Il frigo è vuoto. Domani è Pasqua, i negozi sono chiusi. E anche lunedì. Uscendo da un negozio in via del Pino ho incontrato una persona che non vedevo da alcuni mesi. L’ultima volta mi aveva parlato di un problema in famiglia. Oggi mi ha raccontato gli sviluppi.

Una storia felice

Ora, nel mio studio, ripenso alle sue parole. L’esito è stato positivo, anche se il travaglio è stato faticoso, a volte anche incerto. Con forti tensioni. Ma lui raccontava le sue vicende alla luce del “lieto fine”. Anche le ferite erano narrate dentro un’aura di serenità. Il tono era totalmente diverso dalla volta precedente. Quella volta mi aveva “gettato addosso” una serie di fatti tristi, accatastati l’uno accanto all’altro, carichi di profonda tristezza. Fatti difficili da decifrare. Senza prospettiva.

Ora, gli stessi fatti, erano descritti con un tono sereno. Passo passo, acquistavano un senso. Una specie di “filo d’oro” li legava. Non ne cancellava la sofferenza, ma tesseva una trama. Gli eventi brutti non sono diventati belli, ma hanno perso la “connotazione di mostri”. Soprattutto l’aspetto di “mostri muti”, inspiegabili. Proprio perché noi abbiamo bisogno di “dar parola” alle cose.

L’importanza di dare un senso agli eventi e legarli in una storia

Abbiamo bisogno di trovare un senso. Altrimenti ogni fatto resta muto, accatastato alla rinfusa accanto ad altri fatti. La vita diventa un magazzino di cose, di fatti, di eventi, che stanno muti, ammassati in modo disordinato. Non riempiono la casa, la ingombrano. Spesso noi moderni ci troviamo proprio così: pieni di cose e vuoti di significato. Pieni di cose che non riempiono, ma ingombrano. Abbiamo bisogno di qualcosa che leghi gli eventi, i problemi, le attese, le ferite, i sogni. Qualcosa che leghi e doni luminosità.

Il filo conduttore della nostra vita

Ecco perché la notte di Pasqua noi cristiani ci troviamo a vivere un rito di due ore che è fatto soprattutto di una lunga narrazione. Ci sediamo nella notte e raccontiamo la storia della Salvezza, fino alla storia di Cristo e alla sua Risurrezione. Per avere un racconto che faccia da “filo” alle nostre vicende.

Quel racconto abbraccia il tempo e lo spazio. Abbraccia la nostra esistenza. Offre una “trama” all’insensatezza dei giorni e una direzione alle vicende che si accavallano. Si delinea una figura al “mucchio informe e disordinato” degli eventi quotidiani. Aiutati da quella narrazione possiamo trasformare i fatti quotidiani in una storia.

Far parlare i fatti. Così anche la morte non è muta

Ovviamente non è magia. Restano i guai, i contrattempi, i pianti. Ma acquistano una direzione. Non sono punti staccati dal resto, atomi casuali. Sono punti di una storia che si sta creando, dentro la Grande Storia che orienta, illumina, sorregge. Gli studiosi ci dicono che viviamo l’epoca del “disincanto del mondo”. Che cosa significa? Chul Han la definisce così: “È l’epoca in cui le cose esistono, ma tacciono”.

Le cose capitano, come sempre, ma non hanno un senso che le avvolga e le doni una qualche forma. Capitano e basta. Capitano “senza senso”. E, dunque, restano mute. Essere credenti significa riscoprire una Grande Narrazione che viene a dare parola alle cose. Addirittura, anche la morte non è più muta.

(foto generiche dall’archivio IA freepik e pixabay)

Mons. Derio Olivero

pubblicato su L'Eco del Chisone