Guerre che sembrano non trovare una fine, società attraversate dalla paura, un linguaggio pubblico sempre più aggressivo. «Più ci sentiamo minacciati, più siamo violenti; più siamo violenti, più ci sentiamo minacciati».
Il cardinale Roberto Repole parte da questo circolo vizioso per spiegare perché parlare oggi di mitezza non sia affatto una scelta debole.
Al contrario: significa cercare una via per disinnescare l’ira e i conflitti costruendo spazi di pensiero e di fiducia.
La mitezza al centro del Festival dell’Accoglienza
È attorno a questa sfida che si sviluppa la nuova edizione del Festival dell’Accoglienza, iniziato l’11 settembre fino al 30 ottobre a Torino e in Piemonte.
Promosso dalla Diocesi di Torino, da Pastorale Migranti e dall’associazione Generazioni migranti. Il titolo, “La mitezza è disarmante”, nasce proprio dall’osservazione di una società nella quale, spiega il responsabile del Festival Sergio Durando, si sta affermando, dalle relazioni tra le singole persone fino ai rapporti tra comunità, «un modo di comportarsi e di comunicare sempre più violento, aggressivo, urlato, addirittura disumano in alcuni contesti».
Una scelta, dunque, che interroga direttamente il presente.
Cosa è la mitezza per il card. Repole
Alla presentazione del Festival il card. Repole ha definito la mitezza un tema «significativo». Ma anche «politicamente non corretto», perché è difficile riconoscere nella società occidentale di oggi i tratti di una società mite.
Eppure, sottolinea, continuano a esserci «donne e uomini miti che combattono contro l’ira, contro l’aggressività, contro la prepotenza».
Il problema, per l’arcivescovo di Torino, affonda le radici in un sentimento sempre più diffuso di solitudine e minaccia. Le grandi ideologie totalitarie del passato sono tramontate, ma le nostre società non sono diventate per questo meno violente.
Abbandonati a se stessi
Donne, uomini e popoli possono percepirsi «abbandonati a se stessi» e costantemente minacciati da tutto e da tutti.
Da qui nasce quel meccanismo che alimenta se stesso: la paura genera aggressività e l’aggressività produce nuova paura.
A favorirlo contribuisce anche un mondo mediatico «sempre più immediato, privo di mediazione», dove ciascuno può riversare istantaneamente ciò che pensa e sente. Viene così meno proprio ciò che, secondo Repole, può stare dalla parte della mitezza: la capacità di ragionare, argomentare e utilizzare la parola come mediazione tra le persone.
Il richiamo a Tommaso d’Aquino
Essere miti, infatti, non significa essere remissivi. Richiamando Tommaso d’Aquino, il Cardinale rovescia una convinzione molto contemporanea: esprimere sempre e comunque la propria rabbia non significa necessariamente essere liberi. L’ira può, al contrario, renderci schiavi delle nostre passioni. La mitezza è invece ciò che permette alla persona di diventare padrona di se stessa.
È da qui che arrivano due indicazioni concrete del cardinale.
Creare spazi di pensiero
La prima è creare spazi di pensiero e razionalità. «Permettere alle persone di parlarsi è veramente un grande servizio che facciamo alla società». Argomentare significa non imporre all’altro una conclusione, ma consentirgli di raggiungerla attraverso il proprio pensiero, senza essere trascinato dalla passione del momento.
Una necessità ancora maggiore in un tempo accelerato, nel quale si corre molto ma si rischia di non interrogarsi più sulla direzione verso cui si sta andando. Per questo servono anche spazi di silenzio: tempo sottratto alla reazione immediata per tornare a pensare e ad ascoltare.
Ricostruire la fiducia
La seconda strada indicata da Repole è ricostruire la fiducia. Richiamando la beatitudine evangelica «Beati i miti, perché erediteranno la terra», il cardinale lega la mitezza alla condizione di chi sa affidarsi. Creare spazi nei quali le persone non si sentano sole, abbandonate e minacciate diventa allora una risposta concreta alla società della paura.
È questa la scommessa del Festival: provare a interrompere, almeno in alcuni luoghi e momenti, il circuito che dalla paura conduce all’ira e dall’ira a nuova paura. Perché, come conclude Repole, un Festival dedicato alla mitezza può essere contemporaneamente «uno spazio di razionalità e uno spazio di fiducia».
FESTIVAL DELL’ACCOGLIENZA 2026
Oltre 100 eventi in 50 giorni (11 settembre – 30 ottobre) , 100 partners e più di 250 ospiti:
IL TEMA
“La mitezza è disarmante”
I TEMI
Il Festival affronta accoglienza, inclusione, giustizia e diritto umanitario, multiculturalità e fede, attraverso linguaggi e modalità differenti: dibattiti, teatro, musica, laboratori, cinema, mostre e momenti di spiritualità.
LE OTTO SEZIONI:
Diritto
Giustizia
Paesi
Dialogo interreligioso
Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario della morte
Visite ai luoghi dell’infinito
Visite ai luoghi dell’accoglienza
Memoria e accoglienza
Tutti gli appuntamenti su: https://festivalaccoglienzatorino.it/edizione-2026/
