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Ryabukha: grazie di cuore per aver accolto le famiglie ucraine

Quando parliamo della pace è ingenuo pensare che arriverà dagli ucraini o dai russi. La pace arriverà da un terzo

Un vescovo in guerra. Mons. Maksym Ryabukha, ucraino, vescovo ausiliare dell’esercato greco-cattolico di Donetsk, 44 anni, abita a Zaporizhzhia, una terra che si trova nella linea del fronte.  Lui la guerra non la vive guardandola in televisione. In questi giorni è in visita a Roma, lo abbiamo incontrato come esecutivo della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) nella nostra sede romana. Cordiale, sorridente, ha dedicato un saluto speciale a ciascuno di noi, legato alle rispettive città di provenienza, dimostrando la profonda conoscenza dell’Italia. Particolarmente caloroso il pensiero per Torino, città a cui è molto legato essendo salesiano.  Uno stile che la guerra non ha scalfito, è diventato vescovo il 22 dicembre del 2022, prima era direttore della Casa salesiana a Kiev, proveniva da Leopoli. In Ucraina ha conosciuto da vicino moltissimi giovani vivendo in varie parti del paese. 

Sollecitato a tracciare un breve bilancio su come vivono oggi gli ucraini dopo due anni di guerra, mons. Ryabakha parte da lontano. Guarda alla storia del suo Paese a come storicamente la Russia abbia cercato di sopprimere l’Ucraina, di cancellare il diritto alla vita, alla libertà, alla dignità umana. “Negli anni dell’Unione Sovietica abbiamo compreso molto bene che il regime comunista non ti lascia mai il diritto al pensiero e alla libertà. La persona è un nessuno, esisti solo in funzione dello Stato. Questo non è il concetto della vita umana che, come cristiani abbiamo” sottolinea. Ora il suo popolo guarda al modello di vita europeo, “perché a quello che abbiamo sentito dire dall’Europa sul concetto della dignità umana, sul valore della vita, noi ci abbiamo creduto e ora dobbiamo difendere ciò in cui abbiamo creduto.  Non dimentichiamo mai che la guerra è in Ucraina perché si svolge nel nostro territorio, ma è una guerra che riguarda anche il mondo civilizzato”. Ed ecco che per il Vescovo non si sta facendo abbastanza, come se l’Europa e i suoi Stati membri si fossero in parte scordati dei propri valori. Anche se più volte ringrazia con forza tutti coloro che hanno accolto le persone del suo popolo e che hanno trovato nelle famiglie in tutta Europa una nuova speranza di vita.  “Un grazie di cuore”, ripete e rimarca: “Un sostegno che non manca mai”.

Ma mal sopporta le tante domande o consigli che sente rivolgersi, da non usate più le armi o su chi è il vero responsabile di questo conflitto. Sul campo le domande diventano molto più profonde. “Chi ci sta accanto?  Si chiede il Vescovo. “Quando parliamo della pace è ingenuo pensare che arriverà dagli ucraini o dai russi. La pace arriverà da un terzo. Come salesiano guardo in particolare al mondo dell’educazione, in questo periodo vedo   che i genitori hanno smesso di educare. Questo esempio va visto anche tra gli Stati”. Sollecitato a dire chi può essere questo soggetto terzo che potrà portare la pace risponde: “Non ho il nome. Ma secondo me può essere qualsiasi Stato europeo che si ricordi di avere voce.  Chi avrà uno sguardo più alto, alla pace si arriva quando, prima di tutto, le persone vengono ascoltate. Anche il popolo russo ha da dire qualcosa, come anche gli ucraini hanno delle cose da dire. Quando si parla di riconciliazione non si può perdonare fino a quando non si smette di colpire. Bisogna ascoltare il dolore. Ho un rispetto per l’Italia immenso, ho trovato un popolo che mi ha capito e così mi ha insegnato tantissimo”. Sta invitando l’Italia a diventare più protagonista? “Anche”.